Le coppie di fatto sono oggi sempre più numerose, sono infatti in costante aumento le giovani coppie che preferiscono un’unione non formalizzata dal matrimonio.

Cosa accade però quando la relazione sentimentale giunge al termine?

Nonostante però le famiglie di fatto siano numerose e in costante aumento, i diritti riconosciuti alle coppie di fatto sono ancora frammentari e settoriali, manca infatti una totale equiparazione rispetto al trattamento previsto per i partner sposati.

Come risaputo, non si può far ricorso a strumenti quali la separazione, il divorzio o la negoziazione assistita. Sul punto infatti, l’attuale normativa ancora discrimina le coppie di fatto rispetto alla famiglia definita “tradizionale” ovvero matrimoniale.

Quando la relazione sentimentale finisce, ciò che solitamente accade – salvo le parti non abbiano stipulato un vero e proprio contratto di convivenza – è che il partner economicamente più debole non possa contare su alcuna protezione da parte dell’ordinamento, né su alcun assegno di mantenimento da parte dell’altro convivente.

Dal 2013 invece, nessuna disparità di trattamento vi è per i figli nati da genitori non coniugati.

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Nessuna tutela per il partner più debole

Le “famiglie di fatto” dunque, non hanno nulla di diverso rispetto alle famiglie ufficializzate con il rito del matrimonio e sebbene qualche intervento legislativo sia negli anni intervenuto, ad oggi per molti aspetti rimangono marginali per il nostro ordinamento.

Quando la famiglia di fatto scoppia e quindi cessa la convivenza, non esiste nessun obbligo o diritto reciproco tra i conviventi.

Questo significa che ognuno si deve riprendere le proprie cose senza che l’altro possa pretendere niente che non sia suo, perché non esiste una comunione dei beni. Lo stesso vale per la casa nella quale la coppia ha convissuto.

Se questa infatti è di proprietà di un solo partners, il convivente non proprietario e che non ha nessun diritto di godimento, come ad esempio un contratto di affitto, viene considerato al pari di un mero ospite, non potendo vantare nessun diritto sull’utilizzo della casa stessa.

Se dall’unione di fatto sono nati figli?

Diverso però è il caso in cui dall’unione sentimentale siano nati dei figli, riconosciuti da entrambi i genitori.

In questo caso infatti, essi godranno degli stessi diritti dei figli nati da genitori coniugati, senza alcuna differenziazione, ciò anche per quanto riguarda il continuare a vivere nella casa familiare.

Potrà allora verificarsi che il genitore economicamente più debole si veda assegnata la casa familiare, anche se di proprietà dell’ex, se il giudice disporrà che il minore (o maggiorenne economicamente non autosufficiente) rimanga a vivere stabilmente con esso.

Come regolare l’affidamento e il mantenimento dei figli nati fuori dal matrimonio

I figli, dunque hanno gli stessi identici diritti, sia nel caso in cui i genitori siano sposati sia nel caso in cui questi convivano. Così come uguali sono i doveri dei genitori verso i figli nei casi di separazione e divorzio, a prescindere che si tratti di figli nati o meno nel matrimonio.

Dal 2013 sono venute meno anche quelle residue e anacronistiche differenze di trattamento, come quelle in tema di diritto successorio, di tribunale competente a regolamentare l’affidamento, i rapporti genitori-figli e il diritto al mantenimento. Oggi è competente per tutti il Tribunale ordinario, con indubbi vantaggi e garanzie di migliore salvaguardia dei diritti.

La tutela offerta dal ricorso al Giudice

Sebbene dopo la fine della relazione sentimentale i genitori non siano obbligati in questo senso, il mio consiglio è sempre quello di regolamentare davanti al Tribunale le condizioni dell’affidamento e del mantenimento dei figli. Ciò al pari di quello che accade quando due coniugi decidono di separarsi o divorziare. Questo anche nel caso in cui i due genitori raggiungano tra loro un accordo.

Al di là della maggiore tutela che si garantisce anche per il futuro ai propri figli, regolamentando i rapporti con i rispettivi genitori e l’obbligo di mantenimento, è fondamentale sapere che l’accordo che viene soltanto formalizzato tra i genitori – ad esempio in una scrittura privata – senza cioè la ratifica del giudice, non è vincolante sul piano giuridico.

Cosa significa che l’accordo non è vincolante? Significa che se uno dei due genitori dovesse poi smettere di osservare le condizioni e gli impegni presi, l’altro non avrà strumenti per pretenderne il rispetto.

Diversamente, ottenuta l’omologazione del giudice, ciascuno dei genitori avrà in mano un vero e proprio provvedimento avente valore legale, quindi vincolante.

Come nella separazione e nel divorzio è di fondamentale importanza prestare la dovuta attenzione alle singole clausole dell’accordo. Spesso infatti formulazioni ampie o vaghe portano nel tempo ad essere fonte di gravi incomprensioni e quini di inevitabili contenziosi.

Per questo motivo è sempre bene farsi accompagnare da un avvocato competente in materia, capace di supportare i genitori non solo nel raggiungimento di un accordo che soddisfi gli interessi di entrambi, ma anche e soprattutto in una corretta formulazione dell’accordo stesso.

Sottolineo sempre che comunque il buonsenso non può né deve mancare. Per quanto un accordo sia ben fatto sarà sempre necessaria e preziosa la collaborazione dei genitori nell’applicazione dello stesso.

Nell’ipotesi in cui invece, proprio non si riesca a raggiungere un accordo, sarà necessario rivolgersi al Tribunale per ottenere una adeguata regolamentazione di tutti i rapporti genitori/figli.

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